"Talvolta penso che il paradiso sia leggere continuamente,
senza fine"

Virginia Woolf

giovedì 2 febbraio 2017

RITRATTI D'AUTORE. Primi piani di scrittori di Terra d'Otranto. Rubrica di Alessandra Peluso.



 

 FRANCESCO PASCA

 
“Difficile per il poeta è rimanere costantemente su quel filo che è la scrittura, vivere ogni ora della vita all’altezza del proprio sogno, non scendere mai, neppure per qualche istante, dalla corda dell’immaginazione. In verità, il difficile è diventare funambolo della parola” (Maxence Fermine). Con Francesco Pasca questa difficoltà si dissolve nel nulla, come neve al sole, perché Francesco a ben vedere nel corso della sua esistenza, riesce ad equilibrarsi magicamente e a sognare costantemente.


Un signore d’altri tempi, Francesco Pasca, nato a Sanarica di Lecce, ha sempre attraversato la vita servendosi della parola, o meglio è lei a servirsi di lui. Crea l’immagine, giocando con il verso, dipinge come un pittore la sua tela e tutto ciò che compone, come un vero e proprio cantautore, produce melodie da eco devastanti. Ritmo, immagine, essendo anche poeta visivo, sono il suo pane quotidiano. E vantando acrobatiche storie immerge - anche in assenza di volontà - chiunque lo legga e lo ascolti, in un mondo fantastico, lo fa sprofondare nella meraviglia e fa divertire.


Tra “plink”, “poff”, “oops”, saltella, si stupisce, attrae e azzittisce.


Dall’occhio intrigante, vispo, luccicante di vita ancora da macinare, nonostante i suoi settant’anni, è fedelissimo amante della scrittura. Dolce, simpatico sornione, puntuale e presente all'occorrenza, se a chiamarlo è l'arte.
Vissuto per un bel po’ di anni al Nord, per via dell’insegnamento, si trasferisce giù nel leccese e vive ora a San Pietro in Lama. E dice, parole sue: «Vivo a San Pietro in Lama dal 1950. Sono stato lontano, per studio e per lavoro, dal 1965 al 1983, quindi, il ritorno nel Salento. Ho insegnato nei licei artistici, scientifici, classici e linguistici. Dal 2009 sono in quiescenza». In realtà, di “quiescente” nella sua personalità c’è ben poco.


Le ultime, se così è lecito dire, pubblicazioni che ho avuto l’ardore e l’ardire di leggere “(Se)i C(ecc) & F(atto)” (i Quaderni del Bardo Edizioni), “L’alberTo” (Terra d’ulivi edizioni), “Il Cancello. Ovvero:  ed (essa) è altrove”, il cui manoscritto ho letto in anteprima, mi hanno condotto in una nuova natura, in un modo differente di interpretare le cose. La magia della poesia, del racconto.


Francesco Pasca vede e sente ciò che gli altri non odono e non vedono, affonda la lama della penna nel profondo, si nutre di parole, di segni. Per lui tutto è incanto, se pur mono-tono in questa quotidianità, che alle volte riserva sofferenza, altre gioia, altre chissà cosa, ma Francesco è sempre qui ad accogliere parole e a tessere trame. Incanta, ammalia.

Di tanto in tanto qualche amico in comune, e la stessa, leggendolo ha pensato e glielo ha detto: «Pazzo!»; ma, al contrario, è una pazzia non immergersi nelle sue storie, non comprenderne la geniale follia dello Zarathustra. E qui, appare forse ovvia, la metafora nicceana: «Sono stato compreso? Non ho detto una sola parola ch’io non abbia già detto or sono cinque anni per bocca del mio Zarathustra… Nessuno mi ha domandato, e avrebbero dovuto domandarmelo, che cosa significhi, proprio sulla mia bocca, sulla bocca del primo immoralista, il nome Zarathustra: perché ciò che costituisce l’enorme unicità di quel persiano nella storia è proprio l’opposto».


Così è, e tanto altro ancora Francesco Pasca. Nessuno ad oggi è stato in grado di de-finirlo, di limitare il suo proferire; forse perché egli stesso incarna il "limes", il confine, la libertà, il genio folle e intelligentemente ironico.  L’incomprensibile genio. Chissà.      


              

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