"Talvolta penso che il paradiso sia leggere continuamente,
senza fine"

Virginia Woolf

giovedì 25 settembre 2014

“Per una dichiarazione di poetica”. Poeti classici e contemporanei da leggere. Il punto di vista di ANTONIO SPAGNUOLO.

La crisi, non solo di un linguaggio ma di tutta una cultura politica e borghese, che da sola ha rappresentato sino agli albori del novecento una tradizione solida e capace di delineare la letteratura, (in particolare la poesia), quale considerazione determinante nell’avvio della convalida dei valori morali delle diverse età e dei diversi contesti, diviene sempre più avvertibile e cosciente, ed investe necessariamente tutta una visione psicologica ed ideologica nel clima di disinteresse che caratterizza l’era contemporanea. Una interpretazione complessiva del fenomeno ricostruisce esteticamente la strategia di un sintomo che emerge dalla impotenza reale dell’uomo qualunque, il quale, distratto ed attratto dalla vacuità dei mass media, dalla nullità della comunicazione interpersonale creatasi con gli sms, dalla semplicità agnostica degli scrupoli morali, dalla quasi totale assenza degli ideali classici, proietta i “fantasmi” sulle pareti della propria cella senza però esserne consapevole. Ogni individuo riposa o si agita nella propria assenza, nell’assenza di un turbamento o di emozioni che possano introdurlo nel conflitto salutare tra sub conscio e contesto astratto della vertigine degli intarsi. Ecco che il tentativo della scrittura ha ancora una volta necessità di confronto per poter sopravvivere e recitare in equilibrio. Anche quando il risultato estetico di una poesia non può prescindere dal vigore intellettuale del lettore il simbolismo diviene di nuovo il mistero della logica e coincide senza fallo con le corrispondenze e le analogie dell’esperienza, molto spesso nella esattezza della musicalità per quell’impulso che il ritmo gioca nella evanescenza del frammento. Il tentativo non è il comunicare ad altri, ma il proporre emozioni e sensazioni che il lettore dovrebbe far proprie e ri/crearle a suo modo.

Il poeta aspira ad una rappresentazione sub/reale della vita con l’intento di sottrarsi al meccanismo della morte, di allontanarsi da thanatos, per non cedere alla spirale del disfacimento, e per fare ciò si distacca dal principio della realtà ed abbraccia il principio dell’Eros, con il quale egli si addentra nel campo dell’inconscio come superamento della incertezza e delle “defaillances” indefinite del pensiero. Rifiutando i termini offerti dal mondo circostante, che accorrono senza mai rimproverare, le identità fluide della poesia cercano di affermare con certezza il mistero evocato del subconscio.
Manifestare le idee per comunicarle con tutta la precisione e la vivacità che possa incidere tra i concetti astratti, presentare all’intuizione del lettore le vibrazioni della memoria sotto i segni rappresentativi della metafora o del sospeso, purché il lettore concorra con la sua immaginazione e la sua pregnanza a dirigere l’astrazione verso le sfere della creatività. La parola modifica le immagini e si esprime in trasparenze nuove che dal concreto scivolano verso l’universalità intuitiva.

L’incanto della fantasia allora sospende il ritmo e la musica per seguire interiormente l’effetto del suono della parola stessa, essenzialmente legata al tempo e agli intervalli regolari che la poesia esige per rimanere tale. Gli intervalli si uniscono al verso per una disposizione cieca che suggerisce l’incantamento delle figure velate. Non sembra essere progresso lirico la variazione delle cadenze, la prosasticità dei testi, nella propria inerzia formale suggerita da alcuni contemporanei. Le variazioni, nelle quali non esiste più ritmo, musicalità, armonia, escludendo quasi sempre un rapporto diretto fra realtà e testo, fra emozione psicologica e scrittura, rinchiudendo il poeta nella propria costellazione impermeabile alla vivacità del vivente, preludono alla fine del canto stesso.
A volte chiedono quali sono i volumi di poesia classici e contemporanei che bisognerebbe rileggere per tener sempre vivo il nostro bagaglio culturale intorno al poetare ed io penso che sia oltremodo difficile stilare un elenco in tal senso data la valanga dei testa disposizione. A partire dall’Inferno di Dante (che bisognerebbe menare a memoria in gran parte), all’Iliade (esclusivamente nella traduzione di Vincenzo Monti), e il Petrarca, e più avanti tutto Leopardi, il grande e irripetibile D’Annunzio, Saba, Montale, Zanzotto, tra i più vicini, per godere poi di Giovanni Raboni, Alda Merini e Mario Luzi. Tra i viventi la scelta è ancora prematura, perché è mio costume leggere tutto e tutti, quando il tempo me lo permette: da Lino Angiuli, Mariella Bettarini, Domenico Cara, Flavio Ermini, Gilberto Finzi, a Mario Lunetta, Silvio Ramat, Giorgio Bàrberi Squarotti, e tanti altri che sono abili nella ricerca della “parola”.

 
ANTONIO SPAGNUOLO

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